mercoledì 27 giugno 2018

Faccio salti altissimi, di Iacopo Melio


Anno di pubblicazione: 2018


Dal retro di copertina:  


"Iacopo Melio è un attivista per i diritti umani e civili: presta la voce a chi non ce l'ha, a chi si sente sconfitto in partenza, a chi ha troppa paura per tirarla fuori, usando parole come «libertà» e «uguaglianza», «giustizia» e «dignità».
Rompiscatole per natura, a sovvertire regole e previsioni ha iniziato presto, scegliendo la vita. Iacopo ha venticinque anni e la sindrome di Escobar, una malattia genetica talmente rara che, secondo la scarsa bibliografia scientifica esistente, comporterebbe sintomi troppo vari per essere classificati. Essendo nato con la camicia, di sintomi ne ha una gran varietà: tra questi, uno straordinario senso dell'umorismo. Armato di penna e arguzia, e di una pagina Facebook che conta oltre 600.000 followers, rema quotidianamente contro i pregiudizi e i luoghi comuni: bersaglia chi parcheggia nei posti per disabili pensando che siano un inutile favoritismo; chi è convinto che i venticinquenni in carrozzina rimangano bambini per tutta la vita (figuriamoci avere una ragazza); chi dà per scontato che quattro ruote servano per muoversi, ma solo in casa. Per questo, nel 2015 ha fondato #vorreiprendereiltreno, una onlus che si occupa di sensibilizzazione all'abbattimento delle barriere architettoniche e culturali attraverso progetti sul territorio e un'attività mediatica costante."



Seguo Iacopo Melio da tempo sulla sua pagina Fb, nata dopo la sua famosa campagna del 2014: "Vorrei prendere il treno", iniziata da Iacopo per sensibilizzare politici e non a riguardo del tema dell'accessibilità dei trasporti alle persone con disabilità, sui treni ma non solo.
Eh si, perchè ancora oggi per molti risulta difficile immaginare che anche una persona con disabilità- grave o meno- possa fare il pendolare, per studio o lavoro, o anche per svago. e se pensiamo alla situazione in cui versa ancora la maggior parte dei mezzi pubblici nel nostro Paese- e non solo per i disabili!- c'è poco da stare allegri...
Tornando all'autore, Iacopo (con la I, ci tiene a precisare lui) è un ragazzo di 25 affetto fin dalla nascita dalla "sindrome di Escobar", una rara malattia genetica. Ovviamente questo fatto ha cambiato la sua vita e quella della sua famiglia, ma nonostante tutto, non l'ha monopolizzata: Iacopo infatti si vede (e giustamente, lo è) un ragazzo come tanti della sua età, con varie passioni (in  primis la scrittura), vari desideri (diventare giornalista), studente universitario rimbrottato dalla mamma per essere indietro con gli esami, con i suoi momenti buoni e i momenti di "scazzo", amante dei cantautori e sopratutto dotato di un forte senso dell'umorismo attraverso il quale riesce a leggere la sua vita e quella degli altri in modo ironico, anche quando si parla di cose serie.
Anche se tutto, in questo libro, può definirsi una cosa seria: oltre alle titaniche difficoltà nel prendere i mezzi pubblici, il problema dei posti auto riservati- come molti non disabili continuano a occupare ritenendoli un privilegio inutile!- strade e luoghi pubblici non proprio "a norma" anche quando sulla carta figurano come tali...questo per rimanere sul piano "tecnico" della questione.
Ma c'è molto altro: la tendenza a vedere i disabili come uno stereotipo del "disabile allegro con tanta forza di volontà, "disabile più buono e sensibile degli altri", talvolta, disabili come eterni bambini che non hanno nemmeno una sessualità o una vita sentimentale. Iacopo narra tutto ciò con ironia e in un modo che non può non strapparti un sorriso, anche se personalmente certi episodi li ho trovati sconcertanti, ad esempio quello della bidella che in una scuola, vedendolo con le stringhe delle scarpe slacciate come sua abitudine, gli si è rivolta come se fosse un bambino piccolo chiedendogli "ti si sono slacciate le scarpine?".
Mi sono emozionata invece leggendo i suoi ricordi d'infanzia, sopratutto le vacanze al mare con i genitori, e del suo rapporto con la sorella Costanza di dieci anni. Forse anche perchè in molte di queste cose ho rivisto anche miei ricordi personali, o forse perchè la capacità di emozionare è la caratteristica principale di questo bel libro, che a mio avviso può aiutare ad avvicinare la nostra mentalità e il nostro pensiero alla realtà dei disabile senza vederli come persone "diverse" ma semplicemente come persone.
Nota di merito anche alla graziosa e simpatica copertina.


mercoledì 6 giugno 2018

Gli eroi di Via Fani, di Filippo Boni


Anno di pubblicazione: 2018



Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapirono il presidente della DC Aldo Moro dopo aver massacrato in via Fani i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.
Chi erano? Come vivevano, da che famiglie provenivano, come erano queste persone?
Il giornalista Filippo Boni ricostruisce le loro vite attraverso le interviste fatte alle loro famiglie e a chi li conobbe....





Ci sono voluti quarant'anni perchè finalmente qualcuno si ricordasse degli agenti della scorta di Aldo Moro massacrati senza pietà in via Fani dai brigatisti il giorno del rapimento del leader della Dc; per anni sono stati liquidati molto spesso semplicemente come "i cinque uomini della scorta", senza nemmeno citarne i nomi, questo quando addirittura non si passa a parlare del 16 marzo 1979 come solo del "rapimento di Aldo Moro", mentre (con tutto il rispetto per Moro) il 16 marzo l'attenzione dovrebbe essere posta in primis su di loro perchè furono loro a morire.
Ma siccome si dice sempre "meglio tardi che mai", Filippo Boni, giornalista, per tenere fede a una promessa fatta al padre morente (e il significato di questa promessa e come è nata è una delle cose più toccanti del libro), inizia un viaggio per l'Italia alla ricerca delle storie di Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera; storie narrate ovviamente dalle loro famiglie , ma anche dalle terre di origine, dalle case dove sono nati e cresciuti, dai paesaggi che li hanno visti crescere e tornare periodicamente in visita, dagli oggetti che di loro sono rimasti ai familiari che giustamente li tengono come reliquie preziose : ad esempio i fratelli di Raffaele Iozzino tengono ancora l'auto che il giovane si era comprata da poco, la nipote di Francesco Zizzi ha ancora il bambolotto che lui le aveva regalato durante la sua ultima visita, la sua fidanzata ha conservato le partecipazioni del matrimonio che non si potè fare e i preventivi che insieme avevano visionato per il rinfresco, il figlio di Ricci ha passato al proprio figlio l'orologio Zenith che rappresentava l'unico sfizio che il padre si era tolto in tanti anni....tutte cose di suo comune che a modo loro ci parlano di queste persone e delle loro vite, di ciò che hanno lasciato nella loro vita (per alcuni proprio breve, visto che Iozzino aveva solo 24 anni....).
Alcuni di loro, come spesso capita ancora, erano giovani del Sud che nell'arruolamento avevano colto un occasione per sfuggire alla povertà delle loro terre, e non solo di guadagnarsi da vivere onestamente, ma anche di aiutare le famiglie d'origine. Ciò non vuol dire che non credessero in ciò che facevano, ma come spesso accade si prende una strada per caso e la convinzione che sia la strada giusta arriva dopo un po', per loro è stato così.
Di tutti loro solo i due più "vecchi", Leonardi e Ricci, avevano una famiglia con dei figli, che hanno sofferto in modo indicibile per la perdita paterna; gli altri ancora non erano arrivati a questo punto delle loro vite, ma certamente rappresentavano dei punti di riferimento importanti anche epr genitori, fratelli, sorelle, nipoti, alcuni dei quali rimasero schiantati dal dolore di quanto accaduto: alcuni genitori finirono la loro vita prima del tempo , chi dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche, chi chiudo in casa a fissare il muro per anni, chi colpito da infarti e icuts poi aggravatisi; la sorella di Zizzi ancora oggi ha degli incubi in cui sogna che i brigatisti si presentano alla porta di casa sua per ucciderla. Tutto ciò mi ha fatto riflettere come in questi casi le vittime sono molte di più del deceduto...
Quasi tutte le famiglie sono state per anni abbandonate dallo Stato Italiano, quello che Stato che ha aspettato quasi 30 anni per varare la prima legge in favore dei parenti delle vittime del terrorismo, ma che ci ha messo pochissimo invece a varare leggi che consentissero a queste bestie di essere scarcerati dopo pochi anni nonostante numerosi ergastoli. Bestie che si comportarono come tali anche durante il processo, visto che non lesinarono insulti e sputi anche ai parenti presenti in aula. Ma di loro è meglio non parlare, se non per dire come emerge da questi racconti quanto queste persone fossero moralmente superiori a coloro che li hanno uccisi, e ciò è sorprendente.
Un appunto anche per Aldo Moro, molto affezionato agli uomini della sua scorta al punto da invitare a casa a passare il Natale coloro che avevano le famiglie troppo lontane per festeggiare insieme, e anche da cercare di muoversi il meno possibile con la scorta per paura che facessero loro del male.
Un libro veramente bello ed emozionante come non molto spesso capita di leggere, merita veramente di essere conosciuto come meritano di essere conosciute le vite di questi grandi uomini.





sabato 2 giugno 2018

Il primo caffè del mattino, di Diego Galdino



Anno di pubblicazione: 2013

Ambientazione: Roma, 2012



Massimo è un giovane barista romano che trascorre la sua vita completamente dedito al suo lavoro, accompagnato dall'aroma di caffè e cornetti e dalle chiacchiere dei clienti- amici, oltre che dall'osservazione dell'umanità di turisti e non che passa quotidiniamente per la piazzetta in cui si trova il bar.
Un giorno si presenta nel bar una giovane turista francese, Genevieve, che chiede del tè nero alle rose: bevanda non molto usuale, tant'è vero che, complice il fatto che la ragazza non capisce l'italiano e Massimo non capisce il francese, scoppia un parapiglia. Il barista scopre che la giovane ha ereditato la casa della signora Maria, un anziana cliente da poco deceduta cui Massimo era molto affezionato, e pensando sia una parente e dispiaciuto per il qui pro quo, cerca di farsi perdonare.
Ma Genevieve è un osso duro....






Diego Galdino è uno dei pochi autori uomini che sono riusciti a farsi un nome nell'ambiente dei romanzi rosa italiani, da anni è molto apprezzato per le sue storie sentimentali ma anche ironiche.
Personalmente questo è il primo romanzo scritto da lui che leggo, e devo dire che l'impressione generale è stata buona anche se non mi ha convinta del tutto per la quantità di situazioni paradossali ed esagerate presenti nella trama.
E' assurdo infatti che un qualcuno qualunque corra dietro a una persona dopo che questa l'ha mandato in ospedale spaccandogli un vaso in testa (anche se in buona fede, dato che l'ha scambiato per un ladro che si era introdotto in casa sua), dopo che questa per un bel numero di giorni ha mostrato indifferenza se non proprio fastidio per il corteggiamento in questione; è assurda anche la storia finale sulla sorella di Genevieve. 
Personaggio, quest'ultimo, che pur con tutte le attenuanti non è certo un mostro di simpatia: i pregiudizi con cui arriva in Italia sono (ahimè) quelli tipici dei francesi nei nostri confronti, dettati da un fastidioso senso di superiorità che le fa vedere anche atteggiamenti perfettamente normali (è normale che se sei francese e ti rivolgi nella tua lingua madre a un barista italiano questo possa non capirti!) come dimostrazione che la nostra nazione è barbara e incivile. Ehi Genevieve, scendi dal piedistallo, per cortesia!
Insomma la storia d'amore è abbastanza improbabile, ma ho trovato molto gradevole la descrizione dell'ambiente del bar romano e della piazzetta, e anche il personaggio di Massimo, simpatico anche se un po' troppo insistente. 
Lo stile è semplice, scorrevole e rilassante, ci sono parecchie citazioni interessanti e a loro modo poetiche,  e alla fine del romanzo abbiamo un carinissimo glossario con i vari tipi di caffè e le personalità a cui corrispondono. Solo questo varrebbe la lettura del libro, per la serie "Che caffè sei?".