giovedì 26 marzo 2015

Il rumore dei tuoi passi, di Valentina D'Urbano

Anno di pubblicazione: 2011

Ambientazione: Roma, dal 1970 a metà anni '80


Alfredo e Beatrice sono due giovani, inseparabili amici, conosciuti come "i gemelli" alla Fortezza, il quartiere popolare dove vivono.
Se Beatrice viene da una famiglia povera ma tutto sommato unita e dignitosa, Alfredo ha alle spalle una storia molto più drammatica: nato nelle baracche e orfano di madre, vive con il padre alcolizzato che massacra di botte i tre figli, tentando a volte anche di ammazzarli. Alfredo e i suo fratelli crescerebbero quindi totalmente abbandonati a loro stessi per strada se non ci fossero i genitori di Beatrice a prendersene cura come fossero figli loro.
I due ragazzi crescono assieme, in un contrastante  rapporto di amore- odio fortissimo, viscerale, selvaggio, che presto diventa amore: ma non è una amore che dà serenità, è un sentimento contrastato e difficile, tanto più che tra i due subentra il più potente dei nemici: la droga....



Essendomi letteralmente innamorata di "Quella vita che ci manca", sapevo già che questo primo romanzo di Valentina D'Urbano non avrebbe potuto farmi lo stesso effetto; non per questo non mi è piaciuto, nonostante la quarta di copertina inganni abbastanza il lettore su questa "travolgente passione" e su questo "grande amore"...che effettivamente non ci sono, perlomeno non come vengono intesi comunemente questi termini.
A mio avviso, l'amore dovrebbe dare perlomeno qualche momento di serenità, mentre qui di serenità tra i due protagonisti se ne vede ben poca: lui debole, lei prevaricatrice in maniera addirittura fastidiosa e violenta...tant'è che tra i due scorrono pure schiaffi, ogni tanto. E questo francamente mi sembra un tantino indigesto, in una storia d'amore.
No, per come l'ho percepita io la storia tra Beatrice e Alfredo è un affetto ossessionante, a volte pure malsano, che non salva ma distrugge e avvelena, ma di cui entrambi non riescono a fare a meno perchè il loro legame ha radici molto profonde in sè stessi, nella propria storia e anche nella storia del mondo da cui provengono: la Fortezza, quartiere popolare di case occupate abusivamente dove la maggior parte delle persone si arrangia a vivere di espedienti, dove l'unica occasione di gran parte dei giovani di vedere il mare è la settimana di colonia organizzata dal parroco Don Antonio,dove i ragazzi arrivano a malapena alla terza media e poi rimangono a ciondolare tutto il giorno per il quartiere, senza prospettive perchè anche quando cercano un lavoro al di fuori, spesso vengono scartatati proprio per la loro provenienza.
Un posto che ti appiccica addosso, oltre a un'etichetta malfamante, un'atmosfera di degrado, desolazione  e rassegnazione che ti convince che è meglio rimanere alla Fortezza perchè fuori non ci sono possibilità. E invece Beatrice, cresciuta in una delle poche famiglie dove i genitori, nonostante la povertà e hanno sempre tirato avanti con ogni tipo d lavoro che trovavano e quindi non hanno vissuto di delinquenza, si ribella a questo modo di vedere le cose: lei vuole essere migliore, diversa costi quello che costi, anche rinunciando a parti di sè fondamentali. Alla fine ce la farà, con grande sacrificio e prendendo la dolorosa decisione di abbandonare del tutto il mondo che conosceva, diventando a sua insaputa un esempio per qualcun'altro del  quartiere con gli stessi sogni (Valentino, che qui non compare ma che sappiamo- da quello che viene scritto in "Quella vita che ci manca"- essere amico di Francesco, il fratello di Bea). Certo mi sono chiesta da dove deriva, nell'autrice, questa convinzione così forte dell'ineluttabilità del destino riguardante la vita in un quartiere degradato....ma pensando a cosa succede in certe zone d'Italia, forse non è che sia tanto lontana dalla realtà.
A parte ciò non posso dire di avere amato molto nè Bea, prepotente e aggressiva senza motivo, nè Alfredo, debole e incolore che si lascia trascinare nella spirale della droga (anche se a quest'ultimo riconosco le attenuanti dovute alla tragica vicenda familiare). A dire la verità, i personaggi che ho preferito sono stati i genitori di Beatrice e Massimiliano, il fratello di alfredo che stanco dei maltrattamenti subiti dal padre alcolizzato arriverà ad ucciderlo per proteggere i propri fratelli. In particolre questo personaggio avrebbe meritato uno spazio in più, sopratutto in relazione a quanto scritto nel racconto pubblicato su Vanity Fair riguardante Anna Smeraldo...ma non dico di più per non rovinarvi la sorpresa.
Però la fortezza, questo quartiere popolare dove gli abitanti nonostante tutto sanno stringersi solidali l'uno attorno all'altro contro tutto e tutti, un suo fascino ce l'ha, inutile dire di no.
Molto belle alcune riflessioni e pensieri - messi in corsivo-di Beatrice alla morte di alfredo o in altre situazioni.



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