sabato 28 marzo 2015

La citazione del mese





"Sai Alfredo, mi piacerebbe sapere cos’hai pensato quando ti sei reso conto che eri arrivato al capolinea, che quello era il tuo ultimo giorno e che ci saresti rimasto secco. 
Qual è stata l’ultima immagine che hai visto? 
Forse hai chiamato mia madre, visto che la tua non te la ricordi nemmeno. forse hai chiamato me. per dirmi cosa?
 Forse prima di andartene avevi capito che per me è stato difficile, che ci ho sputato il sangue, e tanto non puoi sentirmi, ma hai lasciato la tua maglietta verde tra i miei vestiti, era la tua maglietta preferita, e io ti amo Alfredo, non ho fatto altro che amarti per tutto questo tempo, ogni secondo, ogni momento della tua vita, e anche dopo ho amato tutto, e ci vuole coraggio ad amare uno come te, ma se adesso esci ti perdono, credimi Alfredo, non ne parliamo più, e se stai ancora male puoi essere me, possiamo scambiarci, ci entro io lì dentro al posto tuo, però tu parlami ti prego, dimmi che è uno scherzo, lasciami un’altra immagine di te, non questa, la odio, non l’accetterò mai perché rappresenta la mia sconfitta, mi sputa in faccia il fatto che hai vinto tu, che sei riuscito a fregarmi una volta di più."

Valentina D'Urbano, "Il rumore dei tuoi passi"

giovedì 26 marzo 2015

Il rumore dei tuoi passi, di Valentina D'Urbano

Anno di pubblicazione: 2011

Ambientazione: Roma, dal 1970 a metà anni '80


Alfredo e Beatrice sono due giovani, inseparabili amici, conosciuti come "i gemelli" alla Fortezza, il quartiere popolare dove vivono.
Se Beatrice viene da una famiglia povera ma tutto sommato unita e dignitosa, Alfredo ha alle spalle una storia molto più drammatica: nato nelle baracche e orfano di madre, vive con il padre alcolizzato che massacra di botte i tre figli, tentando a volte anche di ammazzarli. Alfredo e i suo fratelli crescerebbero quindi totalmente abbandonati a loro stessi per strada se non ci fossero i genitori di Beatrice a prendersene cura come fossero figli loro.
I due ragazzi crescono assieme, in un contrastante  rapporto di amore- odio fortissimo, viscerale, selvaggio, che presto diventa amore: ma non è una amore che dà serenità, è un sentimento contrastato e difficile, tanto più che tra i due subentra il più potente dei nemici: la droga....



Essendomi letteralmente innamorata di "Quella vita che ci manca", sapevo già che questo primo romanzo di Valentina D'Urbano non avrebbe potuto farmi lo stesso effetto; non per questo non mi è piaciuto, nonostante la quarta di copertina inganni abbastanza il lettore su questa "travolgente passione" e su questo "grande amore"...che effettivamente non ci sono, perlomeno non come vengono intesi comunemente questi termini.
A mio avviso, l'amore dovrebbe dare perlomeno qualche momento di serenità, mentre qui di serenità tra i due protagonisti se ne vede ben poca: lui debole, lei prevaricatrice in maniera addirittura fastidiosa e violenta...tant'è che tra i due scorrono pure schiaffi, ogni tanto. E questo francamente mi sembra un tantino indigesto, in una storia d'amore.
No, per come l'ho percepita io la storia tra Beatrice e Alfredo è un affetto ossessionante, a volte pure malsano, che non salva ma distrugge e avvelena, ma di cui entrambi non riescono a fare a meno perchè il loro legame ha radici molto profonde in sè stessi, nella propria storia e anche nella storia del mondo da cui provengono: la Fortezza, quartiere popolare di case occupate abusivamente dove la maggior parte delle persone si arrangia a vivere di espedienti, dove l'unica occasione di gran parte dei giovani di vedere il mare è la settimana di colonia organizzata dal parroco Don Antonio,dove i ragazzi arrivano a malapena alla terza media e poi rimangono a ciondolare tutto il giorno per il quartiere, senza prospettive perchè anche quando cercano un lavoro al di fuori, spesso vengono scartatati proprio per la loro provenienza.
Un posto che ti appiccica addosso, oltre a un'etichetta malfamante, un'atmosfera di degrado, desolazione  e rassegnazione che ti convince che è meglio rimanere alla Fortezza perchè fuori non ci sono possibilità. E invece Beatrice, cresciuta in una delle poche famiglie dove i genitori, nonostante la povertà e hanno sempre tirato avanti con ogni tipo d lavoro che trovavano e quindi non hanno vissuto di delinquenza, si ribella a questo modo di vedere le cose: lei vuole essere migliore, diversa costi quello che costi, anche rinunciando a parti di sè fondamentali. Alla fine ce la farà, con grande sacrificio e prendendo la dolorosa decisione di abbandonare del tutto il mondo che conosceva, diventando a sua insaputa un esempio per qualcun'altro del  quartiere con gli stessi sogni (Valentino, che qui non compare ma che sappiamo- da quello che viene scritto in "Quella vita che ci manca"- essere amico di Francesco, il fratello di Bea). Certo mi sono chiesta da dove deriva, nell'autrice, questa convinzione così forte dell'ineluttabilità del destino riguardante la vita in un quartiere degradato....ma pensando a cosa succede in certe zone d'Italia, forse non è che sia tanto lontana dalla realtà.
A parte ciò non posso dire di avere amato molto nè Bea, prepotente e aggressiva senza motivo, nè Alfredo, debole e incolore che si lascia trascinare nella spirale della droga (anche se a quest'ultimo riconosco le attenuanti dovute alla tragica vicenda familiare). A dire la verità, i personaggi che ho preferito sono stati i genitori di Beatrice e Massimiliano, il fratello di alfredo che stanco dei maltrattamenti subiti dal padre alcolizzato arriverà ad ucciderlo per proteggere i propri fratelli. In particolre questo personaggio avrebbe meritato uno spazio in più, sopratutto in relazione a quanto scritto nel racconto pubblicato su Vanity Fair riguardante Anna Smeraldo...ma non dico di più per non rovinarvi la sorpresa.
Però la fortezza, questo quartiere popolare dove gli abitanti nonostante tutto sanno stringersi solidali l'uno attorno all'altro contro tutto e tutti, un suo fascino ce l'ha, inutile dire di no.
Molto belle alcune riflessioni e pensieri - messi in corsivo-di Beatrice alla morte di alfredo o in altre situazioni.



sabato 21 marzo 2015

Chi ben comincia....

Eccoci al solito appuntamento mensile:





"Charlotte non seppe mai cosa fu a svegliarla di buon'ora. Forse il suo cervello addormentato aveva registrato lo schricchiolio di un gradino o la voce smorzata di un uomo.
Qualunque fosse il motivo, aprì gli occhi di scatto e si rizzò a sedere sul letto. Era rosa da un senso di insostenibile urgenza. Un presentimento raggelante la pervase.
Era la serata libera della governante. il suo patrigno, Winterbourne,non rincasava mai prima dell'alba.
charlotte sapeva che lei e sua sorella Ariel avrebbero dovuto essere sole in casa.
Ma qualcuno aveva appena salito le scale e avanzava lungo il corridoio.
Gettò da una parte le coperte e rimase in piedi, rabbrividendo sul pavimento freddo. Per un'istante non seppe assolutamente cosa fare.
Un'altra asse del pavimento cigolò."


Amanda Quick, "Charlotte".

giovedì 12 marzo 2015

I diari dell'angelo custode, di Carolyn Jesse- Cooks


Titolo originale: The Guardian Angel's journal

Anno di pubblicazione: 2011

Ambientazione: Irlanda/Inghilterra/New York, dagli anni '50 in poi.



Dopo essere stata colpita da una pallottola misteriosa, Margot muore e nell'al di là le viene annunciato da un angelo di nome Nandita che anche lei, ora, è destinata a diventare un angelo custode.
La sua situazione, già di per sè particolare, è destinata a diventarlo ancora di più: Margot- il cui nome da angelo è Ruth- dovrà fare da angelo custode a sè stessa.
L'angelo è così costretta a ripercorrere la sua intera vita, rivedendosi ogni volta: prima neonata figlia di due drogati abbandonata a Dublino, poi bambina che passa da una famiglia affidataria all'altra fino ad approdare in un orribile orfanotrofio, poi adolescente ribelle e disturbata, poi giovane donna che si sposa e ha un figlio ma non riesce nè a dare nè a ricevere l'amore degli altri.....insomma un disastro.
L'obiettivo di Ruth, che ovviamente conosce bene le implicazioni che ogni avvenimento avrà sulla vita di Margot, è quello di cambiare almeno una cosa, nel tentativo di risparmiarle tanti dolori; ma un angelo non può fare tutto ciò, se non pagando pesanti conseguenze....



Insolito romanzo che affronta da un punto di vista speciale un tema ancora oggi molto sentito: cosa succede dopo la nostra morte? E soprattutto, durante  la vita siamo soli o abbiamo un angelo custode?
A quanto ci racconta Carolyn Jesse Cooks in questo romanzo, il mondo è popolato di esseri invisibili che custodiscono ognuno di noi attutendo i colpi che la vita ci riserva, ma solo fino a un certo punto per permetterci comunque di usufruire del libero arbitrio che Dio ci ha donato.
Ovviamente davanti a questo tipo di cose mi sono chiesta "ah si, embè dove sono?", dato he purtroppo sono molto scettica a riguardo, e questo scetticismo devo ammettere che ha un poco influenzato la mia lettura....mia opinione personale, questi angeli potrebbero in effetti darsi una mossettina in più una volta ogni tanto.
Fisicamente non sono nemmeno come ci sono sempre stati descritti: non è detto che siano sempre biodni cherubini, e soprattutto non hanno ali, ma fiumi che scorrono sulla loro schiena registrando un diario di tutto ciò che avviene fra loro e l'essere custodito: diario di cui solo alla fine scopriremo la reale funzione.
A Ruth, ex Margot, capita uno dei compiti più strani: essere l'angelo custode di sé stessa, e inizialmente la cosa fa molto piacere alla nostra protagonista, che pensa di avere finalmente quella seconda occasione che la vita le ha negato; con i suoi poteri pensa di poter cambiare la sua vita, costellata di lutti, disgrazie e violenze che l'hanno resa una donna paranoica incapace di ricambiare un grande amore e una madre orribile, di quelle che sfogano la propria frustrazione e il proprio odio sui figli, avvelenando la loro esistenza. In effetti, il nostro angelo nonostante le numerose avvertenze di Nandita prova più volte a cambiare gli eventi che lei ritiene significativi, ma scopre ben presto che la sua volontà cozza contro quella della Margot reale, senza poterci fare nulla. Incontrare altri angeli custodi serve a ben poco a Ruth, che a un certo punto arriva pure a scendere a patti con un demone pur di cambiare un fatto che avrebbe stravolto la vita del figlio Theo...e qui le cose cambieranno, anche se non subito.
La narrazione è abbastanza scorrevole anche se il gran numero di disgrazie e sofferenze può non piacere a tutti; non si può dire che i personaggi, a parte Ruth, siano molto ben caratterizzati, anzi mi è parso che in alcuni casi (Theo, Sonia, ad esempio) fossero un po' abbandonati a sé stessi, ma questo purtroppo è il problema che si presenta spesso quando la narrazione è in prima persona.
Tutto sommato godibile, anche se non destinato a lasciare grandi tracce.








domenica 8 marzo 2015

Racconti romani, di Alberto Moravia



Anno di pubblicazione: 1954

Ambientazione: Roma,secondo dopoguerra


E' una raccolta di 70 racconti ambientati nella Roma dell'immediato dopoguerra, con protagonisti (sempre diversi anche se tutti si raccontano in prima persona) altrettanti personaggi che si raccontano e raccontano le loro vicissitudini: dall'amore, al lavoro, alle malattie, alterne fortune e sfortune....



Era il 1994 quando il professore di italiano di prima superiore  ci fece leggere "Agostino", mio primo contatto con Alberto Moravia. Il romanzo mi è talmente piaciuto (in senso ironico) che non ho più letto nulla di questo autore per i successivi ventuno anni....e solo ora ho deciso di dargli una seconda opportunità con questi "Racconti romani".
Stavolta è andata decisamente meglio: nonostante non possa dire che Moravia sia entrato a far parte dei miei autori preferiti, i "Racconti"mi sono piaciuti.
Siamo  nell'immediato dopo guerra e i racconti trasudano questa epoca: sono storie di gente poverissima, spesso costretta a ricorrere a degli espedienti per poter mettere il pane in tavola,  alcuni vivono nelle baracche o per dormire affittano una brandina in uno scantinato da un portiere; compaiono mestieri oggi spariti, come lo stracciarolo, il lavabottiglie, quello che fa consegne a domicilio per i panettieri, fruttivendoli, pesciaroli ecc ecc ecc...a ben vedere, tutto un piccolo mondo caratteristico ormai scomparso- visto che si poggiava proprio sulla miseria più nera- dove però il microcosmo di personaggi appare con le virtù, i vizi e i problemi che abbiamo un po' tutti anche al giorno d'oggi: pene d'amore, smania di emergere sugli altri, trovare un posto di lavoro degno di questo nome, gelosie, invidie, guai con la giustizia , cattive compagnie....temi universali osservati da un anonimo  personaggio diverso in  ogni racconto.
Il racconto che mi è piaciuto di più è quello dei due sposi costretti ad abbandonare l'ultimo figlio, neonato, perchè talmente poveri da non poter dargli nulla da mangiare; dopo averlo coperto e sistemato bene, girano mezza Roma alla ricerca del posto migliore dove lasciarlo. Ma uno non va bene perchè con poca visibilità, un'altro non va bene perchè troppo freddo o sporco, un'altro ancora perchè è una strada abitata da poveri e loro sperano che il bimbo venga trovato e adottato da una famiglia ricca; tutti atteggiamenti che descrivono in realtà l'amore che provavano per il piccolo e il dolore per quello che si vedevano costretti  a fare.
Insomma posso ben dire che, stavolta, l'operazione "seconda possibilità" è andata a buon fine!