lunedì 16 settembre 2013

La pistola sotto il banco. Lettera a un compagno di scuola diventato terrorista, di Enrica Recalcati


Anno di pubblicazione: 2012

Enrica Recalcati è un’insegnante milanese- anche se da vent’anni vive e insegna nel Bresciano- che alle superiori ebbe come compagno di classe al liceo scientifico il futuro capo di Prima Linea Sergio Segio.
Dopo aver visto in televisione la discussa intervista a Segio come “esperto di terrorismo” all’interno del programma di Lucia Annunziata (maggio 2012, in seguito alla bomba di Brindisi) la Recalcati decide di scrivere una lettera simbolica al suo ex compagno di scuola, parlando degli anni condivisi assieme a scuola, riflettendo sul percorso di vita suo e dell’ex compagno e sul dolore dei familiari delle vittime del terrorismo….



La prima volta che sentii questa importante testimonianza fu su un numero del “Giornale di Brescia”, dove effettivamente nella pagina delle lettere al direttore venne pubblicata una lettera di questa insegnante di un liceo in provincia, Enrica Recalcati, che poi a quanto pare è diventata un libretto vero e proprio, molto interessante e anche toccante.
Come già prevedevo dalla lettera sul giornale, già alle superiori Segio mostrava le inclinazioni che l’avrebbero portato poi a prendere la strada della Lotta Armata fondando Prima Linea (che, lo ricordo per chi non se ne intendesse, è il secondo gruppo terroristico in Italia dopo le Brigate Rosse): comunista fanatico, intollerante (l’autrice ricorda che durante le assemblee scolastiche non lasciava parlare i compagni che non la pensavano come lui), con poca voglia di studiare (ma promosso grazie ai voti politici tanto di moda all’epoca), tendente ad atti violenti (la puntina sulla sedia di un professore, il picchiare col cancellino chi veniva sorpreso a rimanere in classe durante le assemblee). L’autrice si concentra molto su un particolare fisico dell’ex compagno i suoi “occhi di ghiaccio” freddi, impenetrabili, che ritroverà immutati nell’apparizione televisiva dopo tanti anni, occhi che tradivano forse un’indifferenza per tutto ciò che non fosse strettamente correlato all’amata ideologia e che, a mio avviso, tradivano pure un probabile vuoto interiore su cui certi “ideali” di fanatismo e intolleranza hanno potuto facilmente fermentare.
In parallelo, anche la storia dell’autrice, proveniente da una solida famiglia antifascista, studentessa lavoratrice, amante della scuola e della cultura per cui i cinque anni in un liceo scientifico piuttosto abbandonato a sé stesso, con ragazzi che spesso avevano poco rispetto di arredi e insegnanti, con insegnanti a volte demotivati da questi comportamenti contro cui poco potevano fare, non sono stati certo una passeggiata; che tuttavia non scelse la strada del terrorismo e che dopo tanti anni prova una sorta di rabbia (condivisa dalla sottoscritta) verso le patetiche dichiarazioni dell’ex compagno di scuola e dei suoi “colleghi”, rossi o neri che siano, che oggi pretendono perdono e comprensione da quello Stato che hanno combattuto, non capendo perché non gli dovrebbe essere concesso: loro in fondo hanno solo lottato per ideali giusti! L’autrice giustamente si domanda se questi hanno mai pensato al dolore che provocano nei famialiri delle loro vittime con ogni uscita; io dal canto mio una risposta ce l’avrei, ma non la dico perché sforerei.
Comunque sia, una bella testimonianza di prima mano, interessante e ricca di spunti di riflessione.



 

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