domenica 9 giugno 2013

Và dove ti porta il cuore, di Susanna Tamaro


Anno di pubblicazione: 1994

Ambientazione: Trieste, dai primi del secolo agli anni ’90.

L’anziana Olga rimane sola nella sua casa di Trieste dopo che la nipote Marta, orfana di madre e da lei cresciuta, ha deciso di partire per un viaggio in America. Dato che la salute comincia a mancare, Olga decide di scrivere una lunga lettera alla nipote in cui le racconta la sua storia: nata in una  famiglia della borghesia triestina, con origini ebraiche, fino ai 30 anni Olga ha vissuto in un clima chiuso e represso, sposandosi infine con Augusto, un uomo  più anziano di lei, proprio nel tentativo di sfuggirvi.
Purtroppo nonostante il marito fosse una brava persona, per Olga le cose erano addirittura peggiorate, fino a sfociare in una profonda depressione, per curare la quale era andata a Porretta Terme, dove aveva conosciuto Ernesto, un medico con il quale aveva avuto una relazione dalla quale era nata Ilaria, sua unica figlia e madre di Marta….


E’ uno dei romanzi che ha segnato la mia adolescenza; caso editoriale dell’epoca, nonostante la critica lo ritenga generalmente troppo sentimentale,ai limiti del stucchevole, era uno dei libri consigliatimi dalla professoressa di italiano di quell’anno.
Per alcuni versi concordo con la critica, anche io in alcuni punti ho pensato che fosse davvero troppo sentimentale, ma questo è anche uno dei motivi del suo successo; per molti aspetti è un libro che parla col cuore, senza manfrine, senza indorare la pillola, esplorando – per quanto possibile- i vari anfratti dell’animo umano, anche quelli più scomodi e nascosti. 
Olga, la protagonista,è una donna che ha avuto una vita a suo modo tormentata e tribolata sin da bambina, quando i genitori (di origine ebraica, ma che nascondevano le proprie origini per vergogna e pregiudizio), come tante famiglie benestanti, cominciarono a soffocare l’animo sensibile e particolare della figli con un atteggiamento distaccato e rigide regole di etichetta che nascondevano ipocrisia e falsi valori; la bambina prima, la giovane donna poi, non ha mai avuto modo di poter sfogare la sua natura creativa, profonda, trovandosi prigioniera di una gabbia che per lungo tempo l’ha, in un certo senso, anestetizzata, anche se l’insoddisfazione covava comunque, tanto da spingerla al matrimonio con il primo pretendente capitatole, nonostante non solo non ne fosse innamorata ma- si intuisce- solo incuriosita dal fatto che era il primo uomo che si interessava a lei.
Da qui si può intuire facilmente come le cose per la nostra protagonista si renderanno sempre più difficili: in questa parte mi ha colpito la descrizione realistica dello stato depressivo in cui Olga precipita, rendendola schiava di visioni/ossessioni che la sua mente partorisce e di  un’infelicità assolutamente palpabile; l’incontro con Ernesto e la nascita della figlia Ilaria risolveranno solo parzialmente le cose e anzi, a mio avviso getteranno le basi per problemi e infelicità di altro tipo. Ho avutola sensazione che il percorso che vede Olga pacificata con sé stessa si tramandasse a mò di staffetta alla figlia, ancora più inquieta di lei, nonostante al contrario della madre non sia affatto repressa ma troppo libera.
Alla fine rimane la speranza che almeno Marta, la nipote, grazie agli insegnamenti della nonna possa trovare la propria strada evitando le sofferenze di chi l’ha preceduta.
Un romanzo umanissimo e introspettivo, che non emette sentenze e giudizi,che richiede una certa attenzione nel leggere per essere compreso in maniera giusta. A tratti angosciante ma che lascia un sottofondo di speranza nel finale.



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