sabato 1 settembre 2012

Mandami a dire, di Pino Roveredo




Anno di Pubblicazione: 2005

E’ una raccolta di 14 racconti brevi, ma bellissimi e veramente profondi e pieni di poesia.
I protagonisti sono persone comuni, come se ne potrebbero incontrare tutti i giorni e come magari ne conosciamo anche noi, magari anche senza saperlo. A volte sono anche quelli che vengono considerati dalla società cossidetta civile “gli ultimi”, “ i Reietti”, quelli che spesso vengono guardati con compassione dalla maggior parte della gente, la gente che si reputa civile e normale.
Come ad esempio il protagonista del racconto che dà il titolo al libro, a mio avviso una delle cose più belle e toccanti che abbia mai letto: un uomo ex ricoverato in un manicomio, che dopo la riforma Basaglia è stato “liberato” dal Casamento; ma dentro quel luogo di dolore era nata una storia d’amore con un’altra ricoverata. Dopo la chiusura i due innamorati sono stati forzatamente separati e non si sono più rivisti; e lui continua da anni a cercarla, a scriverle, nonostante non abbia mai avuto risposta, sognando di potersi reincontrare un giorno,e parlandole delle proprie emozioni. Dal racconto emerge quanto la legge Basaglia, sicuramente positiva in sé, sia stata applicata in modo superficiale e inadeguato: i malati sono stati catapultati, con pochissimi aiuti e accorgimenti sia per loro che per i loro familiari, in un mondo totalmente diverso da quello a cui erano abituati: c’è quello che è morto investito da un’auto perché, dopo essere stato in manicomio tutta la vita, non sapeva attraversare la strada; la donna costretta a tornare dalla sorella ostile, i due innamorati costretti a separarsi. 
Anche chi diceva di agire per il loro bene quindi, non si è curato troppo di loro: “la libertà: ma chi l’ha mai chiesta?”, si sfoga il protagonista che nella sua solitudine ricordai giorni del Casamento come felici, nonostante tutto.
C’è poi il racconto che parla di un padre che ha appena perso il figlio in un incidente d’auto, che non riesce più a tornare a casa perché tutto gli parla del figlio perduto, perché la moglie apparecchia la tavola ancora per tre, e si tormenta ripercorrendo la strada che faceva quel giorno il figlio in auto cercando di pensare a quelli che possono essere stati gli ultimi pensieri, sensazioni, sentimenti del suo ragazzo.
C’è il ricordo, commovente, del rapporto con i genitori, entrambi sordomuti, un rapporto fatto di gesti, sguardi, che a loro modo diventavano parole, molto più profonde e sentite di quelle appartenenti al linguaggio parlato.
L’autore trasmette in questi racconti alcune esperienze autobiografiche (i genitori sordomuti, la vita in manicomio in cui ha vissuto per breve periodo) con un linguaggio semplice e diretto ma toccante, di quelli che davvero (credo di non esagerare) parlano all’anima.


«Com'è possibile che da anni consumo le scarpe dentro la speranza di riuscire a trovarti? E tu, anche tu cammini e mi cerchi? Se sì, mandami a dire. Non vorrei che girassimo in un tondo infinito senza trovare l'incontro che ci possa fermare. Verrà un giorno senza numero, senza mese e senza anno in cui ci troveremo, «ho la speranza che vince mille a zero sulla pazienza»

“La mia parte egoista vorrebbe anche sapere se sei infelice come me, perché vedessi come sono stanco di camminare da solo dentro la tristezza, a volte capita che piango senza sentirmi il singhiozzo.
Vorrei anche sapere se, quando è l'ora che il tramonto si siede sopra il sole, spingendolo giù, giù fin sotto il mare, sei sempre là, davanti alla finestra, a osservare quel trapasso e a pensarmi. Una volta lo facevi, e oggi? Ti scongiuro tanto, mandami a dire, la mia solitudine ah bisogno di sapere"

Nessun commento:

Posta un commento