lunedì 17 settembre 2012

Il sangue dei vinti, di Giampaolo Pansa



Anno di pubblicazione: 2003

Avvertenza: a causa di quello che è più volte successo sul vecchio blog ogni volta che parlavo di questo argomento e di questo autore , mi vedo costretta a chiedere  cortesemente a chiunque abbia intenzione di commentare di farlo con toni civili ed educati, soprattutto, senza insulti e minacce. Tutte le idee sono ben accette se espresse nel giusto modo!


In questo discusso libro Giampaolo Pansa racconta, attraverso un incontro romanzato con l’immaginaria bibliotecaria Livia, alcune storie vere accadute nell’Italia dell’immediato dopoguerra e sempre taciute per convenienza politica e per falsità: storie che riguardano vendette e massacri compiuti dai partigiani negli anni del dopoguerra.

Da Wikipedia:
“l libro - molto contestato da parte della sinistra italiana (in particolar modo dall'ANPI) - racconta delle esecuzioni e dei crimini compiuti da ex partigiani e da altri individui dopo il 25 aprile 1945, a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. Tra i giustiziati e le vittime vi furono numerosi fascisti responsabili di gravi misfatti, militari e civili, ma anche, nel clima di guerra civile, alcuni anziani, donne e bambini che, in alcuni casi senza colpa alcuna, furono legati al fascismo, ai suoi crimini, ai suoi gerarchi, come pure l'omicidio di partigiani non comunisti e giornalisti uccisi per il loro coraggio nel denunciare le vessazioni e le violenze operate nel "triangolo della morte". In questo quadro non pochi sarebbero stati i crimini animati da spirito di rivalsa, vendetta, odio di classe e calcolo politico.”



Questo libro è sicuramente uno dei più discussi e contestati degli ultimi anni.
Parlare della Resistenza nella sua totalità, evidenziando anche i crimini (non pochi e non sempre motivati dalla logica della guerra) commessi da larghe frange di partigiani, soprattutto dopo il 25 aprile in Italia è sempre stato uno dei tabù più difficili da toccare.
Personalmente, ho avuto la fortuna di farmi una mia opinione a riguardo parlando con varie persone anziane che hanno vissuto la guerra non schierate (o perlomeno, non sempre) e da anni sono giunta alla conclusione – anche per via di due episodi accaduti nella mia famiglia, per fortuna non gravissimi- che insegnare la seconda guerra mondiale e la Resistenza come una favoletta, coi buoni tutti automaticamente da una parte e i cattivi tutti automaticamente dall’altra, sia una delle cose più sbagliate in assoluto. A livello di idee, per carità, quelle giuste stavano dalla parte dei partigiani, non c’è dubbio.
Giampaolo Pansa, giornalista di sinistra, con questo romanzo ha scoperchiato un vero e proprio “vaso di Pandora”, che pochi in precedenza avevano osato toccare; i crimini dei partigiani dopo la guerra furono davvero tanti, prolungati (continuarono più o meno fino al 1950) e crudeli quanto quelli dei nazifascisti; come definire infatti lo stupro e l’uccisione di una ragazzina di 13 anni colpevole di essere la nipote di un noto gerarca fascista? Senza parlare dei preti uccisi perché tali, dei proprietari terrieri che fecero la stessa fine perché ritenuti a priori “nemici del popolo”, di gente comune sequestrata dalle proprie case per essere portata ai comandi partigiani per interrogatori e processi sommari, e che non è più tornata a casa e i cui familiari non hanno mai avuto giustizia.
Queste cose sono successe, negarlo è inutile e sciocco; soprattutto è falso e non fa certo un buon servizio allo studio della Storia. Due delle vicende narrate- il mattatoio di Oderzo e l’assassinio dei conti Manzoni- li conoscevo già da tempo, le altre le ho apprese leggendo il libro e i successivi in cui l’autore ha trattato il tema.
Il fatto che l’autore utilizzi l’espediente del personaggio inventato non cancella la veridicità di quello che scrive, con nomi, date luoghi e qualche volta anche riferimenti letterari, anche se prima di lui pochi autori hanno osato raccontare qualcosa di questo scottante tema; di tutto ciò rimane sicuramente l’amarezza non solo di quello che è successo, di tante vite umane e famiglie distrutte da ogni parte, ma anch dell’incapacità di un popolo e di una classe politica di affrontare con serenità e obiettività la storia del nostro Paese, anche in quelli che furono i suoi lati più oscuri.



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