sabato 19 maggio 2012

La bambinaia francese, di Bianca Pitzorno

Anno di pubblicazione: 2004


L’orfana Sophie viene accolta in casa della celebre ballerina Celine Varens, una donna generosa e gentile che, impietosita dalle condizioni della ragazzina, decide di aiutarla. Celine è sposata con l’inglese Edward e ha una figlia, Adele; da subito Sophie simpatizza con la piccola, tanto che spesso si occupa di lei.
Madame Celine tratta Sophie come una figlia e si cura anche della sua educazione e istruzione, la ragazzina infatti frequenta le lezioni del padrino della sua benefattrice, un gentiluomo chiamato Cittadino Marchese che ha fondato una scuola aperta a tutti, insieme a Touissaint, lo schiavo nero che Edward ha regalato a Celine ma che la donna, convinta della crudeltà della schiavitù, tratta come un altro figlio.
Purtroppo, dopo alcuni anni di serenità, Celine scopre che il marito l’ha ingannata in maniera ignobile: e questo è solo l’inizio dei suoi guai, di quelli di Adele e di quelli dei suoi due protetti…




Solitamente non leggo spin off, o comunque libri ispirati a grandi romanzi, perché solitamente stravolgono completamente in modo spiacevole la storia originale. In particolare se il romanzo originale appartiene ai miei preferiti, come JANE EYRE di Charlotte Bronte.
Ma volendo legger qualcosa di leggero ed essendomi stato indicato il nome di quest’autrice, ho deciso di provare questo romanzo, e non ne sono affatto pentita: è infatti l’eccezione che conferma la regola a quanto ho detto prima.
Come avrete capito da alcuni nomi della trama, il libro è ispirato a JANE EYRE di Charlotte Bronte, solo la storia è vista da un’altra angolazione…per la precisione, è la storia di Celine Varens, la ballerina francese che Edward Rochester nel romanzo dipinge come un’avida arrampicatrice, bugiarda, traditrice e anche mare snaturata, visto che ha abbandonato la figlia Adele, di soli sei anni, per scappar sene con un musicista.
Devo ammettere che pur amando molto JANE EYRE, mi ha lasciata perplessa l’evidente disprezzo che l’autrice mostra per i francesi e la loro cultura; disprezzo incarnato, oltretutto, dalla figura di una bambina orfana, sola in un paese straniero, affidata a persone che non conosce e oltretutto trattata con indifferenza, quando non con freddezza crudele, dal proprio padre (perché, checché se ne sia detto nel corso dei secoli…si capisce benissimo che Adele è figlia di Rochester).La bambina viene spesso bollata come creatura frivola, sciocca e ignorante, e scusata solo perché “è francese”, e figlia di uan madre indegna e immorale, come tutti gli artisti.
Ora, che questa opinione fosse comune a quell’epoca non ci piove, così come si sa che i bambini non venivano trattati con troppa tenerezza; ma io leggendo mi sono sempre posta alcune domande: davvero Adele è una bambina così stupida?Davvero Celine Varens era così crudele da abbandonare la figlia per fuggire con un uomo?Rochester è sempre visto come un eroe tormentato e vittima di cattiverie, ma come mai rinnega la sua stessa figlia?
Ebbene, l’autrice del romanzo si è posta gli stessi interrogativi(per sua stessa ammissione in un capitolo alla fine del libro) e li ha risolti ideando una storia brillante e coinvolgente, in cui per forza di cose( se si è già letto il libro originale)il mistero ha poca parte, ma il cui punto di forza è la straordinaria capacità di “ricamare” una storia verosimile da elementi in realtà appena accennati nel romanzo originale, creando personaggi straordinari, forti e ognuno particolare a suo modo. Personaggi che a volte sembrano uscire dalla pagina e vivere di vita propria….ho adorato Celine, la giovane ballerina che nonostante la ricchezza conosce nella sua vita anche il dolore e la sofferenza; una donna altruista e gentile che prende sotto la sua protezione trattandoli come figli Touissaint, lo schiavetto nero che le viene regalato, e Sophie, l’orfana che passa letteralmente dalle stalle alle stelle, visto che Celine la salva dall’ospizio dei poveri e da un orrendo destino, consentendole di continuare la propria istruzione.
Probabilmente è proprio questo particolare amore per la cultura che rende Sophie piuttosto particolare, non era certo una cosa usuale che una popolana andasse a scuola e studiasse,anche se sicuramente c’erano persone così; ho adorato anche il Cittadini Marchese, nobiluomo stravagante e con una mentalità aperta rispetto alla sua epoca, purtroppo apprezzato da pochi.
Ho trovato molto ben caratterizzati anche i “cattivi”, in questo caso soprattutto Rochester, visto in un’insolita luce davvero perfida (e a tratti esagerata, a mio avviso…possibile fosse lui solo la causa di tutti i male degli altri personaggi?), visto che Jane Eyre qui è semplicemente una donnina fragile e sola in un mondo di lupi; al massimo è un po’ troppo rigida, ma non certo cattiva.Un po’ forzata invece la rivisitazione del personaggio di Bertha Rochester, così come forzata nel finale la scelta di dare anche a lei una seconda possibilità.
Le vicende ambientate in Francia si contrappongono in modo efficace con quelle inglesi: laddove là tutto è sfolgorante di felicità e benessere, in Inghilterra tutto è grigio, triste e cupo.
Lo stile epistolare con cui vengono narrate gran parte delle vicende a volte stanca, e costituisce l’unico punto debole di questo bellissimo romanzo, che contiene molti accenni alla storia dell’epoca, ai problemi sociali, alla condizione delle donne e alla letteratura sia inglese che francese.

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