sabato 10 marzo 2012

Divise forate, di Alessandro Placidi



I loro nomi non sono famosi, le loro storie sconosciute. Sono giovani o giovanissimi servitori dello Stato caduti e frettolosamente dimenticati. L’agente ucciso dai Nar e quello ammazzato da Cesare Battisti. I tre carabinieri ventenni freddati dalla banda della Uno bianca e il poliziotto morto in un agguato di mafia insieme con il commissario Cassarà. Dieci storie emblematiche, dagli anni Settanta a oggi, per ricordare le vicende umane di ordinario eroismo di chi è morto soltanto perché indossava una divisa. Storie che nessuno, fino a questo momento, aveva mai avuto la volontà di raccontare. In questo romanzo sono narrate le storie di:






Claudio Graziosi 21 anni.
Giuseppe Ciotta 29 anni.
Antonio Santoro 52 anni.
Domenico Ricci 44 anni.
Francesco Zizzi.
Oreste Leonardi 52 anni.
Giulio Rivera 24 anni.
Raffaele Iozzino 25 anni.
Maurizio Arnesano 19 anni.
Ciro Capobianco 21 anni.
Giuseppe Savastano 20 anni.
Euro Tarsilli 19 anni.
Roberto Antiochia 23 anni.
Otello Stefanini 22 anni.
Mauro Mitilini 21 anni.
Andrea Moneta 22 anni.
Francesco Salerno 34 anni.
Paolo Cortopassi 42 anni.

Un bellissimo libro a cui purtroppo è stata fatta pochissima pubblicità e che, nella sua semplicità, ho trovato molto coraggioso: al giorno d’oggi grazie anche ai movimenti No Tav, No Global, no qualunque cosa, o ai soliti che si credono ribelli,rivoluzionari, più intelligenti di altri ecc.viene spesso data un’immagine negativa delle Forze dell’Ordine: oltreaslsolito “servitori dello Stato”, vengono sempre tirate fuori le solite storie di Stefano Cucchi, Federico Aldrovrandi,G8 del 2001 e pochi altri vittime di poliziotti o carabinieri che certo non fanno onore alla loro divisa ma che sono l’eccezione. E quando si ricorda le vittime fra di loro beh…è normlae no?Se scelgono di fare questo mestiere è normale che vengano ammazzati, che vogliono?
Senza parlare dell’aggressività verbale di cui sono stata fatta oggetto da gente di sinistra su FB quando sono andati a spulciare fra i gruppi a cui sono iscritta e che ricordano vittime del terrorismo o sono di sotegno alle forze dell’ordine (chiuso OT)…

Non serve a nulla con questa gente far notare che sbagliano e che le mele marce sono dappertutto (se un operaio ammazza qualcuno vuoldire che tutti gli operai sono così?!), io personalmente ho sempre consigliato la lettura di questo libro sperando che qualcuno accolga il mio invito e cerchi perlomeno di capire…

I poliziotit e carabinieri di cui si parla in questo libro sono quasi tutti vittime della mafia e del terrorismo: quasi tutti giovanissimi, quasi tutti ragazzi del Sud che,allora coem oggi, sceglievano di indossare la divisa per sfuggire a un destino di disoccupazione quasi sicuro  enon gravare sulla famiglia d’origine, rendendosi indipendenti. Una motivazione non nobile? Non siamo ipocriti, tutti lavoriamo per lo stipendio, anche chi fa un lavoro che gli piace; e infatti questi ragazzi si rispecchiavano comunque nei valori della giustizia, della lotts alla mafia e al terrorismo. Certo non ambivano a essere eroi, ma a costruirsi un’esistenza normale e dignitosa, facendo qualcosa di utile per la società in cui vivevano; valori che credo molti non possano del tutto capire o riconoscere…ragazzi che sono stati ammazzati come cani da gente che li odiava per la loro divisa oppure perché semplicemente rappresentavano chi non la pensava come loro. Perché stavano da quella che qualcuno aveva stabilito fosse “la parte sbagliata”…
La storia che mi ha colpito più di tutte probabilmente è quella di Maurizio Arnesano (di cui ho parlato anche qui), forse per la giovanissima età della vittima (19 anni….), forse prchè la prima volta che l’ho sentita avevo la stessa età di quando fu ucciso,forse perché mi fa rabbia che il suo assassino, che non ha avuto scrupoli nell’ammazzare un ragazzo di 19 anni sparandogli alle spalle solo per rubargli il mitra, ora si faccia passare per il paladino dei diritti dei deboli; mentre di Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini, i tre carabinieri ammazzati nella cossidetta “strage del Pilastro” nel 1991 dai banditi della Uno Bianca, mi ricordavo direttamente in quanto all’epoca avevo undici anni e rimasi molto colpita da questo fatto. Ma tutte le storie mi hanno lasciato qualcosa; quella di Roberto Antiochia, ucciso dalla mafia assieme al questore Ninni Cassarà che proteggeva nonostante sapesse benissimo di essere nel mirino;le storie degli appartenenti alla scorta di Aldo Moro uccisi nella strage di Via Fani, che si vedono sempre messi meno in evidenza rispetto all’onorevole cosndierato vittima più importante (se tutti sanno chi è Aldo Moro, quanti sanno i nomi dei morti della Strage di Via Fani?).
Mi hanno colpito le storie di dolore dei parenti,anche loro sempre dimenticati e costretti ad arrangiarsi da soli:la madre di Ciro Capobianco che dopo la morte del figlio rimane muta per sette anni dallo shock; la madre di Mauro Mitilini che dopo la morte del figlio si ammala e muore di dolore; il padre di Otello Stefanini che acasua della morte del figlio si ammala di cuore tanto che non riesce ad andare a trovare il figlio al cimitero; sua moglie che reagisce al dolore continuando a organizzare iniziative per ricordare il figlio e gli altri colleghi, partecipando ogni 4 gennaio allacerimonia in memoria.
E’ uno di quei libri di cui,a mio avviso, si sentiva la mancanza in quanto la memoria di certi fatti, e di certe persone va sempre tenuta viva come si fa con el vittime- ad esempio- del nazismo, soprattutto se sono vittime dimenticate e anche sconosciute. Ogni inziativa, libro, conferenza, partecipazione televisiva o altro è molto importante e utile in questo senso, anche per propagandare i valori della legalità e veicolare una visione positiva delle forze dell’ordine.
Anche questo è un modo per rendere giustizia a questi caduti e divulgare il loro ricordo.


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