sabato 20 giugno 2020

Carlos Ruiz Zafon

E' morto all'età di 53 anni a Los Angeles lo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon, da tempo malato di cancro.
Era nato a Barcellona nel 1964 e nel 1993 si era trasferito a vivere negli USA dove, inizialmente impegnato nell'attività di sceneggiatore e giornalista, ha iniziato la carriera con una serie di libri per ragazzi, tra cui "Il principe della nebbia", "Il palazzo di mezzanotte" e "le luci di settembre".
Nel 2001 esce "L'ombra del vento", il suo capolavoro, che partito in sordina a poco a poco diventa best seller mondiale. Il romanzo fa parte della serie "Il cimitero dei Libri dimenticati", che comprende anche "Il gioco dell'angelo"(2008), "Il prigioniero del cielo" (2011) e "il labirinto degli spiriti"(2016). In Italia ha ottenuto successo anche il romanzo "Marina".







martedì 2 giugno 2020

Il condominio, di James Grahm Ballard



Titolo originale: Condominium

Anno di pubblicazione: 1975

Ambientazione: Londra, 1975

Nel cuore di Londra è stato da poco inaugurato un super grattacielo di lusso contenente, oltre a decine di appartamenti, supermercato, piscina, parco giochi, scuola materna, palestra, parrucchiere, negozi ecc, in modo che volendo gli abitanti non avrebbero più nemmeno bisogno di uscirne se non per lavorare. Il dottor Robert Laing, insegnante universitario, pur essendo l'ultimo arrivato, nota subito alcune particolarità del grattacielo: innanzitutto gli appartamenti sono strutturati in modo differente a seconda del piano di appartenenza (quelli ai piani più bassi sono più piccoli e, quindi, più economici; salendo man mano, troviamo appartamenti sempre più grandi e costosi), poi tra gli inquilini nonostante l'apparente clima di cordialità si nascondono invidie e e antagonismi destinati a esplodere in una disastrosa rivolta...



Ho letto questo libro per un club del libro a scatola chiusa, non conoscevo nulla nemmeno dell'autore; ho avuto una piacevole sorpresa in quanto ho trovato questo libro molto coinvolgente e già "avanti" è ambientato nel 1975) rispetto a molte dinamiche attuali. 

L'ambientazione, per l'epoca futuristica ma che sappiamo bene aver superato la fantasia, è quella di un grattacielo stile newyorkese e molto di più nel pieno centro di Londra. Vi abita un'umanità molto variegata e apparentemente questo è simbolo di democrazia e uguaglianza moderna (tutti hanno la stessa possibilità di vivere nel supercondominio, a qualunque ceto sociale appartengano), in realtà scopriamo ben presto che anche qui la gente viene divisa per classi sociali a seconda degli appartamenti che occupa: quelli dei piani inferiori sono alche inferiori socialmente, man mano salendo si entra nel "gotha" della società, fino ad arrivare all'attico dell'ultimo piano, occupato dall'architetto autore del progetto e da sua moglie).
Il supercondominio è davvero un piccolo mondo: come da trama abbiamo al suo interno tutto ciò che comunemente serve alle persone, in modo che i più escano da lì solo per andare al lavoro; ma è proprio in questi luoghi comuni dove finiscono per interagire i vari piani che cominciano a serpeggiare i primi malumori, le prime avvisaglie di ciò che accadrà. I primi a essere colpiti (come spesso accade nella realtà odierna) sono i bambini: danno fastidio, si comincia ad allontanarli anche dal parco giochi (luogo appositamente costruito per loro)a rinchiuderli in casa e pretendere che spariscano dalla vista degli adulti "bene" che vogliono godersi la vita in santa pace, senza elementi di disturbo. 
Man mano assistiamo a un crescente imbarbarimento su tutti i fronti, fino ad arrivare all'omicidio. 
I personaggi principali attraverso cui ci vengono narrati i fatti sono tre: il dottor Lang, Richard Wilder e  Anthony royal.  
Il dottor Laing è un dentista che non ha mai esercitato e si limita a insegnare all'università: inizialmente è il "nuovo arrivato" nel palazzo ma fin troppo presto ne diventa parte integrante, distaccato e freddo nell'osservare tutto ciò che avviene rimanendo in disparte il più possibile; Richard Wilder  è un operatore tv che, perso inizialmetne dall'idea di girare un documentario sulla vita nel grattacielo, finirà per dare una vera e propria scalata al grattacielo, simbolo di quella scalata sociale che non è mai riuscito a realizzare; Anthony  Royal  è l'architetto che ha ideato il palazzo, vive nell'attico assieme alla moglie. E' ricchissimo e quasi intoccabile, ma per quanto tenti di barricarsi il fallimento del suo sogno arriverà pian piano fino a lì, contaminandolo.
Perchè il declino morale e materiale è per tutti, tutti regrediscono fin quasi allo stato primitivo lasciandosi andare a soddisfare solo i propri istinti. E quindi quello che doveva essere il simbolo del maggior progresso si trasforma in una specie di mondo preistorico, senza peraltro che il mondo di fuori possa fare qualcosa a riguardo.
E' un libro strano, distopico, cupo ma non più di tanto e assolutamente non noioso,anzi, più si va avanti col declino più cresce la voglia di scoprire come finirà . 





giovedì 7 maggio 2020

Ragazze e ragazzi del secolo scorso, di Bruna Franceschini

Anno di pubblicazione: 2015

Ambientazione: Brescia, durante la Seconda Guerra Mondiale.



Le vite di alcuni giovani partigiani bresciani durante la Resistenza in Lombardia.






Nella sua semplicità davvero un ottimo libro questo che rievoca quello che fu la Resistenza bresciana attraverso le storie dei suoi protagonisti principali, dato che i vari Romano, Anna, Agape, Laura, Loris ecc di cui vengono raccontate le vicende sono tutti esistiti realmente, alcuni di loro furono membri di spicco non solo durante la Resistenza ma anche all'interno della società bresciana del dopoguerra.
Come si evince dal titolo, lo scopo del libro è "svecchiare" la visione storica che viene inevitabilmente data agli studenti dai libri di scuola e dalle versioni ufficiali, e riportare i giovani partigiani alla loro effettiva dimensione reale: ovvero ragazzi spesso ancora adolescenti, molti di loro ancora studenti delle scuole superiori, provenienti da famiglie del tutto comuni, di tipo variegato e anche di fede politica variegata: non c'erano solo i comunisti ma anche monarchici, democristiani o anche, indifferenti alla politica ma semplicemente contrari a quanto stava accadendo in Italia da troppo tempo.
Li accomunò la voglia di giustizia, di riscatto, di costruire un mondo più giusto e a misura di tutti, talvolta dolorose esperienze familiari (genitori perseguitati o incarcerati, ad esempio) o come nel caso di Laura la tragica storia del fratello Franco, che lasciò la casa per andare coi partigiani pochi giorni dopo l'esame di maturità e scomparve nel nulla: solo dopo alcuni anni e assidue ricerche da parte della sorella e dei suoi amici si seppe la verità sulla sua fine. Ma furono anche accomunati da cose più positive: l'entusiasmo della gioventù, le amicizie e i primi amori, i problemi scolastici e le marachelle alle spalle dei genitori.
Insomma ragazzi come quelli di oggi ma che si ritrovarono a vivere in un contesto storico particolare che impose loro delle scelte che li fecero diventare adulti più in fretta.
Come mi è stato spiegato dalla libraia che me lo ha venduto la foto in copertina è vera e l'unica rimasta del gruppo è la ragazza con la treccia in primo piano.

venerdì 24 aprile 2020

La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek


Anno di pubblicazione: 2017

Ambientazione: USA/Francia/Germania/Spagna, prima metà del '900



La "ragazza con la Leica" è Gerda Taro, fotografa tedesca compagna del celebre fotografo Robert Capa,  uccisa a 26 anni durante la guerra civile spagnola. A narrare la sua vita  (sotto forma di romanzo) sono tre personaggi a lei legati in gioventù: l'amica Ruth e i due ex fidanzati Willy e Georg...



Tipico "romanzo-delusione" che ogni tanto capita leggere. Avevo parecchie aspettative riguardo a questo romanzo pur non conoscendo la figura della protagonista (e solo di fama quella del suo più famoso compagno), ma alla fine della lettura posso dire di non aver trovato molto, tanto è vero che a tutt'oggi, essendo passati due mesi circa da quando ho letto il libro, non mi è rimasto quasi nulla.
Il romanzo è diviso tra tre punti di vista diversi, di tre diversi personaggi (con relative storie sia prima che dopo la morte di Gerda) che hanno avuto a che fare strettamente con la protagonista: Ruth, per anni la sua migliore amica, Willy e Georg, e fidanzati per un periodo più o meno lungo e poi diventati solo amici.
Il ritratto che esce della ragazza, ahimè, non è esattamente dei migliori anche se in teoria vorrebbe esserlo: la protagonista è infatti la tipica Mary Sue non bellissima ma affascinante, carismatica, piena di talento, coraggiosissima, anticonformista e chi più ne ha più ne metta, che fa tutto ciò che gli pare senza curarsi troppo dei sentimenti altrui. Morale della favola, invece di schifarla le sue "vittime" principali la ricordano come una persona indimenticabile.
Non voglio certo dare un giudizio sul personaggio storico Gerda Taro, visto che non lo conosco, ma semplicemente sul personaggio per come è stato presentato in questo libro. 
Va da sè che in un contesto del genere anche gli altri personaggi sono solo un contorno che funziona in quanto gravitante attorno alla protagonista, poi spariscono e non rimangono più in mente, anche se ho trovato un poco più interessante e curata la descrizione di Ruth e delle sue vicende. 
Non è scritto male ma è molto noioso, ho faticato a finirlo e forse, se non fosse stato perchè scelto per un club del libro (poi sospeso a causa del coronavirus) forse nemmeno l'avrei finito.








lunedì 20 aprile 2020

La Lombardia e il Coronavirus

Una cosa che ricorderò sempre di questo periodo nefasto è l'odio e la totale mancanza di empatia che una certa parte dell'Italia (nella fattispecie, una ben specifica regione il cui governatore fa continuamente parlare di sè per le sue colorite trovate) riguardo alle regioni Lombardia e Piemonte (più la prima, a dire la verità).
Pur essendo da sempre consapevole di una certa rivalità (non sempre benevola) esistente tra il nord e il sud del Paese, francamente una cosa del genere non me la sarei mai aspettata: atteggiamenti istituzionali a parte, i commenti che vomitano odio, livore, soddisfazione per quanto ci sta accadendo, colpevolizzazione (“Noi dobbiamo stare rinchiusi per colpa loro!”, come se il virus fosse solo in Italia) sono centinaia in tutto il web.
Troppi per poterli ignorare o derubricare a manifestazioni di web-scempiaggine di cui Internet è pieno riguardo a ogni argomento.
La Lombardia paga la colpa – oltre che di essere una regione ricca e quindi “prima della classe”- di non avere votato a sinistra : molti dei commenti in questione, soprattutto all’inizio, vertevano proprio sul fatto che il coronavirus avesse colpito più duramente due regioni amministrate dalla Lega (“Così imparano a votare Lega!”, “ben gli sta! La prossima volta staranno più attenti a cosa votare”, oppure il classico “è il karmaaaaaaaaa!” tirato sempre in ballo a sproposito). E a dire la verità queste cose continuano, e riportate non solo da anonimi commentatori ma anche da “personalità” o pseudo tali di sinistra molto seguite a livello di followers (Es. Fabrizio Del Prete la pagina FB “Il razzismo non ci piace”, quest’ultima almeno inizialmente).
Ed in effetti inizialmente ci hanno provato anche col Veneto (cosa che era già successa qualche mese quando c’era stata l’alluvione a Venezia), ma hanno dovuto tacere davanti al piglio di Zaia che effettivamente, ha avuto parecchi risultati positivi che anche il comunista più accanito non può negare.
E quindi ecco tutti a dare addosso alla Lombardia.
Ma la mia regione non merita tutto questo.
Prima di tutto, la Lombardia ha accolto migliaia di persone provenienti dalle altre regioni d’Italia: è vero, spesso c’è stato- e in parte c’è ancora- un problema di razzismo che personalmente ho sempre condannato e non hanno mai fatto parte del mio comportamento né- per fortuna- di quello della maggior parte delle persone che conosco. e che comunque non è mai stato a senso unico: nessuno dice mai che al Sud ci chiamano “polentoni”, eh?
Però diciamoci la verità: a queste persone ha dato anche tante opportunità che le loro regioni d’origine non hanno saputo dare (e non è una colpa); ad esempio trovare un buon lavoro, stabilizzarsi, mantenere la propria famiglia, insomma farsi una vita degna di questo nome (cosa che a me, lombarda di nascita, non è invece stata data).
Con tanto lavoro e tanti sacrifici, è vero, ma questi li abbiamo fatti pure noi seppure magari in modo diverso.
Oppure l’opportunità di curarsi, visto che fino a pochi giorni prima del lockdown mezza Italia veniva a curarsi nella tanto vituperata e schifosa Lombardia.
In caso di calamità (terremoti, alluvioni, colera ecc) la Lombardia è sempre stata in prima linea nell’aiutare sia economicamente che fisicamente (con tantissimi volontari recatisi sul posto) le popolazioni colpite, in qualunque parte d’Italia si trovassero. Due esempi che riguardano proprio la mia città: nel Friuli esiste un quartiere chiamato “Villaggio Brescia”, proprio per ricordare il grande aiuto che i bresciani hanno dato all’epoca del terremoto del 1976; e numerosi sono gli attestati di stima e ringraziamento da parte delle popolazioni di Amatrice e dintorni, colpite dal sisma del 2106.
Oggi che invece siamo noi ad avere bisogno di aiuto riceviamo odio, insulti, “sputi” virtuali, “bacchettte” che travalicano di molto la semplice e legittima critica al disastroso operato dei nostri governanti.
Per non parlare delle esternazioni del governatore della suddetta regione, che da giorni fa credere ai suoi conterranei che “quelli del nord” si stanno armando in massa per invaderli, quando in realtà non possiamo nemmeno uscire dal comune di residenza, e che minaccia di “chiudere tutto” a quelli del nord (non oso immaginare cosa sarebbe successo se la stessa cosa l’avesse detta uno qualunque qui al nord, magari della Lega).
Una parte del Sud Italia gode nel vedere la Lombardia, il Piemonte, il Veneto piegati in due dal dolore. 
Tutto questo mentre ci troviamo ad affrontare qualcosa come ospedali al collasso, l’essere costretti a portare i morti fuori regione perché non c’è più posto (e non ci si è fermati nemmeno davanti al filmato dei camion militari che portavano i morti bergamaschi fuori regione), il sentire il silenzio delle nostre strade rotto solo dalle sirene delle ambulanze e della campane delle chiese che suonano a morto (un sera la chiesa vicino a casa mia ha suonato l’ultima alle 21 passate…).
E senza alcun rispetto non solo per i morti e per tutti coloro che hann subito un lutto, ma nemmeno per medici, infermieri, personale delle pulizie, volontari che da due mesi lavorano in condizioni infernali e in parecchi casi ci hanno anche rimesso la vita.
Se ne sono accorti anche al "Corriere della sera" (che non è il vituperato Libero e quindi non può essere accusato di partigianeria) dato che qualche giorno fa è stato pubblicato un bell'articolo che c'entra piuttosto bene- anche se non completamente secondo me- ciò che sta avvenendo.
Che altro dire? La rabbia davanti a queste cose è tanta, inutile nasconderlo: io stessa mi sono ritrovata a pensare cose che non mi era mai successo finora, ma credo che davanti a tutto ciò che stiamo vivendo siano sfoghi normalissimi che rientreranno nei ranghi.
Ma tutto il resto francamente no, mi spiace. Mentre a gennaio, quando si cominciava a parlare del virus in Cina, tutti si sperticavano con slogan tipo “abbraccia un cinese” o invitavano ad andare al ristorante cinese (e se non aderivi ovviamente eri bollato come “raxxta di mexxxda”), e postavano su Fb storie strappalacrime vere o presunte tali di cittadini cinesi che soffrivano per le discriminazioni a loro dire subite, non ho sentito NESSUNO (Corriere della Sera a parte) che si pronunciasse contro le cattiverie dette contro il nord Italia. Sarà inutile, ma io me lo ricorderò e credo anche molti altri.

venerdì 17 aprile 2020

Luis Sepulveda

Una brutta notizia che purtroppo era nell'aria già da qualche tempo: lo scrittore Luis Sepulveda, ricoverato all'ospedale di Ovieda  assieme alla moglie, è morto ieri a causa del Coronavirus.
Nato nel 1948 a Ovalle (Cile), fu un fervente sostenitore di Salvador Allende e oppositore del regime di Pinochet, per questo fu incarcerato e successivamente esiliato nel 1977. Ha vissuto in vari paesi del mondo sia in America Latina che in Europa.
Tra le sue opere: "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore" ( ), "Patagonia Express. Appunti dal sud del mondo" (1995), "Il mondo alla fine del mondo" (1994, "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" (1996), "Incontro d'amore in un paese in guerra" (1998 ), "Le rose di Atacama" (2000), "L'mbra di quel che eravamo" (2009), "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico" (2012), "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà" (2015).


martedì 14 aprile 2020

Isola di neve, di Valentina D'Urbano

Anno di pubblicazione: 2018

Ambientazione: 2004/anni '50



Il giovane Manuel, segnato da una storia d'amore andata male e da vari altri problemi, decide di scappare da tutto e rifugiarsi nell'isola di Novembre, nella casa che era stata dei nonni Libero e Livia (scomparsi da tempo). Qui conosce Edith, uan stravagante ragazza tedesca giunta nella sperduta isola in cerca di notizie su Andreas Von Berger, violinista dal talento straordinario e ultimo detenuto (molti anni prima) del carcere di Santa Brigida adiacente all'isola e ormai dismesso da anni. Manuel decide di aiutarla e i due si ritrovano così a fare un viaggio nel passato, negli anni '50 quando Libero (futuro nonno di Manuel) era un giovane carabiniere addetto al carcere; in particolare conosciamo la figura di Neve, giovane ragazza proveniente da una famiglia poverissima e col padre alcolizzato, costretta a fare il lavoro del padre (il pescatore) per mantenere tutta la famiglia. L'unico suo svago è quello, ogni tanto, di andare a esplorare il vecchio carcere ormai deserto, se non fosse per un unico detenuto..


L'ultimo romanzo di Valentina D'Urbano è ambientato nella sperduta(e credo immaginaria, dato che non ho trovato nulla su di essa) isola di Novembre, situata (ci dice l'autrice) nel mar Tirreno assieme alla sorella gemella Santa Brigida. E' una storia ambientata in modo parallelo sia ai giorni nostri (in realtà nel 2004, ormai lontano ahimè!) sia negli anni '50. Un viaggio nel tempo che esalta il valore e la potenza emotiva dei ricordi, e che aiuta a scoprire sè stessi e sanare le proprie ferite per ricominciare.
I protagonisti in realtà sono due: nella parte moderna c'è Manuel, che a soli 28 anni si sente come se la sua vita fosse già finita: ha fatto molti errori, ha sofferto molto e ora chiede solo un po' di tranquillità per ripartire. E quale luogo migliore per cercare la tranquillità se non l'isolata Novembre, isola di origine della madre e dove ancora esiste la casa dei nonni? Senza avvisare nessuno Manuel vi si trasferisce. La tanto agognata tranquillità dura pochi giorni, visto che nella casa di fronte il ragazzo scopre che vive Edith, giovane turista che suo malgrado lo coinvolge nella "missione" per cui si è recata in quell'isola sperduta: ripercorrere le orme e scoprire il segreto di Andreas Von Berger, celebre violinista che nell'ultimo periodo della sua vita era stato incarcerato a Santa Brigida, accanto a Novembre.
E qui comincia una storia parallela, che ci porta indietro negli anni '50, sempre sulla stessa isola: protagonista la giovane Neve, che a 17 anni regge il peso di una famiglia povera e sgangherata, vittima di un padre violento ed alcolizzato che perlomeno le ha insegnato a fare la pescatrice, il mestiere con cui mantiene tutti. Le sue prospettive di vita praticamente non esistono e il suo unico svago è girellare ogni tanto nei pressi del vecchio carcere, quasi diroccato e che sta per essere chiuso. Ed è qui che Neve incontra fortunosamente (e stringe amicizia) con l'ultimo prigioniero presente, un musicista tedesco...
La narrazione alterna le due vicende in modo abbastanza equo, anche se personalmente ho trovato più interessante la parte degli anni '50 rispetto a quella odierna; anche i personaggi protagonisti della seconda vicenda sono più interessanti (anche se di poco) di quelli della prima, visto che alcune cose riguardanti la travagliata vicenda di Manuel mi sono anche sembrate poco credibili. Esito  scontato per la vicenda moderna, un po' meno per la vicenda del passato (anch'essa non scevra di qualche improbabilità). 
Non male, anche se della D'Urbano ho preferito altri lavori.